Il Salento, noto anche come penisola salentina e conosciuto come Tacco d’Italia, è una subregione dell’Italia che si estende sulla parte meridionale della Puglia, tra il mar Ionio ad ovest e il mar Adriatico ad est.
Gli abitanti dell’area, che comprende l’intera provincia di Lecce, quasi tutta quella di Brindisi e parte di quella di Taranto, si distinguono per caratteristiche culturali e, seppur con differenze, glottologiche rispetto al resto della regione. Da un punto di vista storico il Salento ha fatto parte per molti secoli dell’antica circoscrizione denominata Terra d’Otranto.
Da Gallipoli a Otranto, dalle spiagge di Porto Cesareo agli scogli di Santa Maria di Leuca, dal pesce fresco alle specialita’ di pasticceria ai gelati, in Salento troverete sempre quello che fa per voi, e molto di piu’.
Luoghi di interesse naturalistico
Le coste
Le coste sono ampie e sabbiose soprattutto sul Mar Ionio, le cui acque sono caratterizzate a questa latitudine da una trasparenza e da cromatismi rari; spettacolari sono le scogliere a picco sul mare, soprattutto sul Mare Adriatico. Tra le spiagge più note ci sono quelle sabbiose di Ugento, Pulsano, Lizzano, Campomarino, San Pietro in Bevagna, Torre dell’Orso, Porto Cesareo, Gallipoli, Santa Maria di Leuca, Ptranto e Ostuni, e per quanto riguarda le spiagge rocciose, tra le più notevoli meritano citazione Castro, Santa Cesarea Terme e Porto Badisco.
Le grotte carsiche
Le grotte si aprono lungo la costa orientale, incastonate nelle ripide scogliere che partendo da Santa Maria die Leuca giungono a Punta Palascia (Otranto). Tali formazioni di natura carsica in corrispondenza di Castro, assumono un notevole sviluppo, di cui la Grotta Zinzulusa ne è il più significativo esempio, e al cui interno sono stati rinvenuti pittogrammi e vari reperti paleontologici, che insieme a quelli della vicina Grotta Romanelli sono per la maggior parte custoditi ed esposti nel museo di Maglie.
Gli oliveti
Le distese di alberi di olivo nelle campagne, sono state inserite nel 2007 nell’elenco dei 100 luoghi italiani da salvare dal Fondo per l’ambiente italiano.
L’oasi protetta dei Laghi Alimini
L’oasi costituisce uno dei luoghi naturali più pregiati del Salento, con un ecosistema che ospita varie specie animali e vegetali e costituiscono una “Zona di Protezione Speciale” (ZPS), proposta come Sito di Importanza Comunitaria europeo (pSIC). Tra i maggiori luoghi di pregio dell’oasi dei laghi Alimini, è da segnalare sulla costa la Baia dei Turchi.
La riserva naturale statale Torre Guaceto
La riserva si estende per circa 1.200 ha presentando un fronte marino che si sviluppa per 8.000 mt. L’area è configurata come un rettangolo più o meno regolare, con una profondità media di 3.000 metri, attraversata e divisa dalla strada statale 379. Una significativa varietà di ambiti diversificati si succedono in questo tratto costiero per alcune centinaia di metri verso l’entroterra. Al suo interno vi sono piccole zone umide che si formano durante e dopo le piogge e che scompaiono nei periodi più caldi, ed alcune risorgive di acqua dolce anche esse stagionali.
Il Parco delle Cesine
Il nome del parco trae origine dalle “cesine”, stagni acquitrinosi sulla costa adriatica, è una zona umida formata dagli stagni Salapi e Pantano Grande, alimentati dalla Pioggia e divisi dal mare da dune sabbiose.
IlParco di Porto Selvaggio e Palude del Capitano
Il parco, istituito nel 2006, comprende sia la zona del parco naturale attrezzato (istituito nel 1980) sia la palude (classificata come area naturale nel 1997). La costa è rocciosa e frastagliata, e caratterizzata da pinete e macchia mediterranea. Lungo il litorale sono dislocate le affascinanti Torre dell’Alto e Torre Uluzzo.
L’Oasi Palude La Vela
La palude, sulle sponde del Mar Piccolo di Taranto, è un’area naturale protetta di proprietà demaniale a valenza naturalistico-ambientale. L’ambiente è prevalentemente di tipo palustre, con canneto e macchia mediterranea, ampi acquitrini e zone periodicamente sommerse.
Il Parco Costa Otranto – Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase
Il parco comprende anche la zona dove sorge il faro di Punta Palascìa, punto più orientale d’Italia. L’istituzione dell’area protetta, dislocata lungo la costa orientale del Salento (costa alta a picco sul mare), mira a conservare e recuperare le specie animali e vegetali; salvaguardare i valori e i beni storico-architettonici; incrementare la superficie e migliorare la funzionalità ecologica degli ambienti naturali.
Il Parco Dune costiere da Torre Canne a Torre San Leonardo
Il parco, sulla costa adriatica, presenta habitat e ambienti costieri di elevato interesse naturalistico e paesaggistico, ed è rientrato nel progetto “Habitat prioritari” istituito dalla Direttiva n. 92/43/CEE. Presenta una vegetazione alofila e numerose dune ricoperte da macchia mediterranea, particolare ginepri (Juniperus oxycedrus e Juniperus phoenicea), lecci e garighe di Euphorbia Spinosa.
Tradizioni culturali
Di particolare interesse antropologico sono l’ormai estinto fenomeno del tarantismo, una forma isterica di straordinario impatto scenico, e l’invece rimontante culto per la pizzica, la musica tradizionale e battente che un tempo accompagnava i riti di guarigione delle tarantate, cioè delle donne che si credeva fossero state morse dalla tarantola. In realtà, si trattava di un originale modo di manifestarsi dell’isteria. L’antropologo Ernesto de Martino condusse degli storici studi sul fenomeno, poi confluiti nel classico testo “Viaggio nella terra del rimorso”.
Nella pizzica tradizionale si balla in coppia. La coppia non necessariamente deve essere formata da individui di sesso opposto: abbastanza comunemente danzano insieme due donne, mentre al giorno d’oggi è sempre più raro osservare due uomini ballare insieme, nonostante in passato la danza fra due uomini fosse molto più frequente di quella fra un uomo ed una donna. Un esempio di danza tra due uomini è riscontrabile, però, ancora oggi nella tradizione ostunese, dove è comune vedere due uomini a ballare, dove uno dei due impersona, o meglio, imita ironicamente, il ruolo della donna.
Una menzione particolare merita la tradizionale pizzica-scherma (detta anche “danza delle spade”, ballata alla festa di San Rocco il 16 agosto a Torrepaduli), in cui la pizzica assume ancor più chiaramente la forma di colonna sonora di uno psicodramma, di tipo maschile e “guerriero” piuttosto che femminile e “sensuale”.
Negli ultimi anni quello della pizzica e della revisione formale del tarantismo, ormai svuotato dei suoi connotati antropologici tradizionali, in forme musicali contaminate e moderne ha assunto dimensioni di fenomeno culturale, al punto da farne il più caratteristico e famoso dei segni di riconoscimento del Salento, che esporta ormai ovunque, quasi come marchio di fabbrica, questa forma musicale.
La cucina salentina è caratterizzata da numerosi piatti tipici, soprattutto a base di verdure e pesce, ed è accompagnata da famosi e pregiati vini DOC come il Primitivo di Manduria o il Negroamaro.
Fra gli alimenti più tipici si distinguono i pezzetti, uno spezzatino di carne di cavallo al sugo piccante, e la pitta di patate, una pizza bassa di patate contente una gran quantità di ingredienti vegetali, quali cipolle, rape, pomodoro. Tipico anche il pane con le olive chiamato puccia e, per quel che riguarda la gastronomia “da passeggio”, il rustico, una sfoglia sottile cotta in forno contenente un impasto di besciamella, di mozzarella, pomodoro, pepe ed occasionalmente noce moscata. Altro alimento tipico sono le frisedde o frise, ciambelle di pane biscottato fino ad una consistenza di grande durezza, realizzato spesso con grano d’orzo e tagliato a metà cottura in senso orizzontale, che va ammorbidito mediante breve immersione in acqua e quindi condita con olio, sale e pomodoro.
Diffuse anche sono le pittule (o pettule), frittelle di forma grossolana ripiene di rape, fiori di zucca, baccalà o senza ripieno che si gustano inzuppate nel vino cotto.
Molto rinomata è la pasticceria, più simile a quella siciliana che alla pugliese, in cui si distinguono il pasticciotto leccese, il fruttone, le bocche di dama, la pasta di mandorla, lo spumone salentino.
Paesi e localita’ d’interesse
Nardo’
Nardò è un comune di 31.185 abitanti. Sorge in posizione pianeggiante a sud-ovest del capoluogo, non lontana dalla costa ionica del Salento.
Nardò ha un territorio vasto e diversificato ed una presenza importante e molto qualificata nel turismo italiano e salentino, con le sue marine d’eccellenza che da Santa Maria al Bagno, passando da Santa Caterina, Porto Selvaggio e Palude del Capitano (col Parco Naturale Regionale) e Torre dell’Inserraglio, arrivano fino a Sant’Isidoro (con spiagge con bassi fondali a sabbia chiara e finissima, ed il nuovo villaggio turistico). Nel 2007, 2008 e nel 2009 la Città ha conseguito il prestigioso riconoscimento delle cinque vele di Legambiente per il grande rispetto dell’ambiente, con l’istituzione del Parco di Porto Selvaggio e Palude del Capitano, del Parco Marino Protetto, per la lotta all’abusivismo edilizio e per la depurazione delle acque e per il turismo eco-compatibile.
Basilica Cattedrale Santa Maria Assunta
L’attuale Cattedrale sorge, probabilmente, sul luogo dove, un tempo, fu fondata l’antica chiesa di Sancta Maria de Neritorio, ad opera di alcuni monaci orientali che nel VII secolo sfuggirono alle persecuzioni iconoclaste. Il cenobio, dedicato alla Madonna Assunta, è presente sin dal 1088. Il corpo dell’edificio fu modificato nel corso dei secoli; a partire dal 1354, in seguito a danneggiamenti provocati da un sisma, fino agli ultimi anni dell’Ottocento, quando la facciata fu riportata al suo aspetto più classico.
Di notevole rilevanza è il Crocifisso ligneo del XIII secolo, detto il Cristo Nero per la particolare colorazione scura del legno di cedro. Al periodo barocco risalgono alcuni altari laterali e il Cappellone di San Gregorio Armeno, opera di Placido Buffelli del 1680.
Seminario Vescovile
Il Seminario Vescovile fu fatto edificare nel 1674 dal Vescovo Tommaso Brancaccio sul luogo dove sorgeva l’asilo di mendicità. Pochi anni dopo, per disporre un’adeguata formazione dei chierici, Monsignor Orazio Fortunato ordinò l’ampliamento dell’edificio. Nei primi decenni del XVIII secolo furono aggiunte nuove aule. Danneggiato in seguito al terremoto del 20 febbraio 1743, il Seminario fu restaurato con il Vescovo Francesco Carafa (1737-1754); questi dotò il cortile interno di un piccolo portico con volte a crociera, per facilitare la comunicabilità tra i diversi ambienti, e realizzò il cavalcavia che unisce il Seminario all’Episcopio. Nella prima metà del secolo scorso, per opera del Vescovo Francesco Minerva, la facciata principale dell’edificio fu completamente rifatta in stile neoclassico, in accordo con i principali caratteri architettonici del Palazzo Vescovile.
Chiesa di San Domenico
La Chiesa di San Domenico, realizzata per l’ordine Domenicano tra il 1580 e il 1594, fu intitolata inizialmente a Santa Maria de Raccomandatis. In origine aveva un impianto basilicale a tre navate che fu successivamente trasformato ad aula unica per meglio rispondere alle esigenze della predicazione, tipiche dell’ordine mendicante fondato da San Domenico di Guzman.
In seguito al terremoto del 1743 la fabbrica fu quasi totalmente distrutta, ad eccezione della facciata, del muro laterale sinistro e di parte della sacrestia. La facciata è in carparo e fu realizzata in due momenti differenti; la parte inferiore è ricca di figure umane e cariatidi addossate le une alle altre, mentre la parte superiore presenta forme più leggere.
Chiesa dell’Immacolata
La Chiesa dell’Immacolata fu costruita nel 1580 sui resti di un’antica struttura medievale. Originariamente intitolata a San Francesco d’Assisi, dal 1830 fu consacrata all’Immacolata e affidata all’omonima confraternita. Presenta un elegante prospetto in carparo diviso in due ordini da un aggettante cornicione e caratterizzato da coppie di lesene con festoni che inquadrano nicchie timpanate. Il portale d’ingresso, sormontato da una nicchia con la statua in pietra leccese dell’Immacolata, è posto in asse col rosone dell’ordine superiore. L’interno, ad unica navata terminante nel presbiterio, ospita tre altari laterali in stile barocco. L’attiguo convento dei Conventuali, acquistato da privati dopo la soppressione avvenuta nel 1809, è adibito a civile abitazione.
Chiesa e convento di Santa Chiara
La Chiesa e il Convento di Santa Chiara, la cui data di fondazione risale al XIII secolo, rappresentano uno tra i più antichi complessi monastici del territorio pugliese. L’edificazione del Convento avvenne sui resti di una preesistente fortezza, di cui sono ancora visibili motivi di merlatura. Le successive esigenze di crescita della comunità resero necessari, nel corso del XVII secolo, alcuni lavori di ampliamento, durante i quali venne inglobata, all’interno del complesso, l’attigua chiesetta di San Giovanni Battista, il cui portale è ancora visbile lungo il perimetro del monastero. Subì danni rilevanti con il terremoto del 1743.
La chiesa fu innalzata ex novo tra il XVII e il XVIII secolo. La facciata divisa in due ordini da un cornicione e terminante con un frontale curvo, presenta alcuni richiami classicistici che la rendono dissimile dalle coeve esperienze realizzate in città. L’interno è a navata unica, con tre cappelle poco profonde in ciascun lato ospitanti altari barocchi. Un grande arco trionfale introduce al presbiterio rettangolare decorato con paraste dipinte a marmi policromi.
Chiesa Madonna del Carmine
La Chiesa della Madonna del Carmine, con l’annesso convento, rappresenta uno dei maggiori complessi monastici della città. Il documento più antico che attesta l’esistenza della chiesa, dedicata inizialmente all’Annunziata, è datato 1460. L’edificio subì varie fasi di ristrutturazione a partire dal 1532, a causa dei danneggiamenti provocati dall’assedio francese, fino al 1743, in seguito al terremoto.
La facciata presenta motivi del periodo romanico. L’ordine inferiore è caratterizzato da un protiro che sovrasta il portale d’ingresso affiancato da due leoni in atteggiamento feroce. Al periodo cinquecentesco risalgono le statue dell’Angelo nunziante e della Madonna Annunziata, poste nelle nicchie, e i motivi ad archetti pensili con peduccio decorato che cingono il prospetto principale e laterale. L’interno, completamente decorato con stucchi barocchi, si sviluppa longitudinalmente, ritmato da sei arcate su pilastri e concluso da un vano presbiteriale quadrangolare che accoglie il coro. Due navate laterali ospitano gli altari dedicati alla Trinità, alla Madonna del Carmine, a Sant’Eligio, al Crocifisso, a Santa Caterina d’Alessandria, al Sacro Cuore e all’Annunciazione.
Chiesa di Santa Maria della Purità
La Chiesa di Santa Maria della Purità fu edificata per volontà del nobile vescovo Antonio Sanfelice (1708-1736), unitamente all’attiguo istituto per l’educazione delle giovani fanciulle a rischio. Essa fu realizzata tra il 1710 e il 1724 secondo i disegni e i modelli dell’architetto Ferdinando Sanfelice, fratello del vescovo.
La facciata, di ispirazione borrominiana, è modulata dalla alternanza di superfici concave e convesse, enfatizzate da modanature, ed è ricca di elementi decorativi tratti dal repertorio napoletano dell’epoca. L’interno si sviluppa su una pianta a croce greca, con bracci molto corti, evidenziati da quattro paraste, che incorniciano tre cappelloni, voltati a botte e decorati con esuberanti motivi a stucco; nell’intersezione della croce si eleva una grande cupola. Di particolare rilievo artistico è l’altare maggiore in marmo policromo sovrastato dalla tela raffigurante la Madonna tra Santi. Ai piedi dell’altare si trova la sepoltura del vescovo Sanfelice. Nei bracci laterali trovano posto le tele di San Nicola tra Santi e del Martirio di San Gennaro, opere superstiti dei distrutti altari barocchi.
Chiesa di Sant’Antonio da Padova
La Chiesa di Sant’Antonio da Padova risale al 1499 e fu costruita sui resti di una sinagoga; sorge infatti nello storico quartiere ebraico denominato La Giudecca. Il semplice prospetto in pietra leccese, diviso in due ordini da un cornicione, contrasta con la sfarzosità delle decorazioni barocche dell’interno. L’edificio, ad una sola navata, presenta un articolato soffitto ligneo a cassettoni e pregevoli altari ospitanti tele e statue cinque-seicentesche, come la statua in legno di Sant’Antonio da Padova (opera di Stefano da Putignano 1514) e il gruppo scultoreo della Crocifissione (opera del XVII secolo di scuola veneziana). Dietro l’altare maggiore è collocato il cenotafio del 1545 eretto in memoria di Belisario e Giovanni Bernardino Acquaviva. Adiacente alla chiesa sorgeva il convento dei frati minori di cui sopravvive attualmente solo il chiostro.
Chiesa di San Giuseppe Patriarca
La Chiesa di San Giuseppe Patriarca, edificata nel 1758, sorge sul luogo di una chiesa preesistente costruita tra il XVI e il XVII secolo, di modesta dimensione. L’edificio risente molto dell’influsso del panorama architettonico leccese, in paticolare della Chiesa di San Matteo e della sua facciata a tamburo, di chiara derivazione borrominiana.
Presenta un prospetto composto da un grande e slanciato avamposto a semicerchio, con nel mezzo un’artistica finestra e l’iscrizione De Domo Davis, il motto della confraternita che regge la chiesa: a sinistra si eleva un piccolo campanile. L’interno presenta una pianta ottagonale valorizzato da un pregevole bassorilievo rappresentante la Fuga in Egitto e da tre altari barocchi con grandi tele raffiguranti San Giuseppe, nel maggiore, Sant’Apollonio in quello di destra, Sant’Oronzo, in quello di sinistra. Due altri quadri su tela, posti su colonne, raffigurano il Beato Transito e lo Sposalizio di San Giuseppe. Accanto alla chiesa vi è l’oratorio e sala riunioni della Confraternita, con un altare dedicato al SS. Crocefisso, con una croce di legno e simulacro di Gesù Crocifisso, San Giovanni Evangelista e la Maddalena ai piedi.
Chiesa di Santa Teresa
La Chiesa di Santa Teresa, con l’annesso convento, è un complesso monastico realizzato in due momenti differenti della storia della città. Il monastero fu edificato nel 1699 per volontà di Suor Teresa Adami di Nardò che, vestito l’abito dei Carmelitani, lo diresse per molti anni come superiora. Passati cinquant’anni dalla fondazione, le suore promossero l’erezione della chiesa dedicata a Santa Teresa di Gesù, in ricordo della loro fondatrice. La chiesa fu consacrata il 10 novembre 1769.
La fabbrica è molto articolata, a partire dalla facciata esterna costruita intorno al 1750, modulata secondo due ordini sovrapposti che si ripetono anche nelle due ali concave che contengono la scalinata.
L’interno è a navata unica e su ogni parete si aprono le cappelle incorniciate, entro le estremità concave, da paraste. La volta a crociera è ricca di altorilievi a stucco, così come tutto l’apparato decorativo dell’interno. Sono presenti tre altari: quello maggiore conserva la pala raffigurante l’Estasi di Santa Teresa, i due laterali ospitano le tele di Santa Teresa con San Giuseppe e di San Giovanni della Croce.
Sedile
Palazzo del TribunaleIl Sedile si affaccia sulla centralissima Piazza Salandra e costituisce l’edificio più antico. La sua costruzione è correlata alla fondazione dell’Università neretina, sorta nel periodo di ripresa socio-economica legato al casato della famiglia Acquaviva (seconda metà del XV secolo). Di impianto senza dubbio rinascimentale, il sobrio volume parallelepipedo, forato da arcate a tutto sesto, fu arricchito da contaminazioni rococò (alla fine del XVII secolo) nel fastigio superiore con le statue di San Gregorio Armeno, al centro, San Michele Arcangelo e Sant’Antonio da Padova ai lati.
Teatro Comunale
Il Teatro Comunale di Nardò fu edificato sul finire del XIX secolo su progetto dell’ingegnere Quintino Tarantino. Fu inaugurato nel 1909 con la messa in scena dell’opera Mefistofile di Arrigo Boito. Nonostante la funzionalità della struttura non fu costante, l’attività svolta fu intensa e venne anche utilizzato come sala da musica e da ballo in quanto, grazie al sistema di carrucole progettate dal Tarantino, la platea veniva sollevata fino all’altezza del palco.
Palazzo del Tribunale
Il Palazzo del Tribunale, o della Pretura, risale alla fine del XVI secolo e fu edificato per ospitare il Palazzo di Città. Costruito tra il 1588 e il 1612, venne rifatto dopo il terremoto del 1743. Il nuovo edificio, completato nel 1772, presenta un’elegante facciata in stile trado barocco ed è diviso in due ordini: l’ordine inferiore è caratterizzato da un portico sostenuto da sette colonne; quello superiore, scandito da lesene e decorato con motivi floreali e piccole mensole, ospita quattro finestre e un ampio balcone. Sul lato destro si innalza la torre dell’orologio.
Il palazzo ha ospitato gli uffici municipali fino al 1934, anno in cui furono trasferiti presso il Castello Acquaviva.
Porto Cesareo
Porto Cesareo (in dialetto locale Cisària) è un comune di 5.502 abitanti della provincia di Lecce. Situato sul mar Ionio, dista dal capoluogo 28 km in direzione ovest. Ai tempi dei romani si chiamava Portus Sasinae (periodo di cui non resta nessuna traccia, se si escludono sette colonne monolitiche di marmo cipollino immerse nel mare), quando era un importante scalo portuale per il commercio dei prodotti agricoli delle ricche zone interne. In realtà il luogo era già abitato in epoca preistorica (villaggio sulla Penisola della Strea) e successivamente nell’Età del Bronzo da marinai di provenienza greca (ritrovamenti in località “Scalo di Furno” di vari cimeli, tra cui statuette votive, e di un’area dedicata al culto della dea Thana).
Cadde nell’abbandono a causa delle scorrerie dei pirati e dell’impaludamento della zona fino all’arrivo, intorno all’anno Mille, di alcuni monaci basiliani che vi costruirono un’abbazia che utilizzarono sino al XV secolo, periodo in cui la località passò di proprietà dagli Orsini del Balzo, principi di Taranto, agli Acquaviva, duchi di Nardò, e si sviluppò come porto per il commercio soprattutto di olio e grano, dapprima verso la Sicilia, per poi ampliare al resto delle grandi Repubbliche marinare di quell’epoca. Fu anche in quel periodo che iniziò la costruzione, a difesa dai nemici provenienti dal mare, dell’importante “Torre Cesarea” e di tutte le altre torri costiere di cui è ancora ricca la fascia costiera ionica salentina. Dopo un nuovo periodo di decadenza, intorno al XVIII secolo tornò a ripopolarsi,però solo stagionalmente e non stanzialmente grazie all’attività di una tonnara che attirò varie famiglie di pescatori, soprattutto tarantine,che occuparono la penisoletta dell’attuale comune, allora possedimento dell’agiata famiglia Muci di Nardò. Quest’ultima acquistò e detenne il feudo sino agli inizi del XIX secolo, anche dopo l’abolizione ufficiale del principio feudale. Il primo nucleo stanziale si ebbe solo a metà ’800. Successivamente il frazionamento e la vendita dei terreni a queste famiglie di pescatori qualche decennio prima della fine del XIX secolo, permise lo sviluppo del primo impianto urbano. Il centro continuò così a svilupparsi e quando, alla fine del XIX sec. la popolazione venne a contare qualche centinaio di persone, vi si costruì la chiesa intitolata a S. Maria de Cesarea.
Durante il periodo fascista, grazie alla bonifica dell’Arneo, il centro crebbe di importanza non solo come porto peschereccio ma anche come località turistico-balneare ed iniziò ad essere chiamata Porto Cesareo.
Nel 1975, grazie alla volontà dei residenti che chiedevano da tempo l’autonomia dal comune di Nardò, Porto Cesareo divenne a sua volta comune a tutti gli effetti. Oggi quest’ultimo è ormai una rinomata località di bagni grazie ai suoi 17 km di spiaggia dorata in parte attrezzati e acqua molto limpida fronteggiate da un arcipelago di isolotti ricchi di vegetazione e di fauna che conta specie molto rare. Dal 1997 il Comune è sede di una delle 20 aree marine protette d’Italia per la presenza di una ricchissima e diversificata comunità marina di elevato valore biologico. L’area si estende fino a 7 miglia dalla costa, tra Punta Prosciutto a nord e Torre dell’Inserraglio a sud. Importanti sono anche la Stazione di Biologia Marina e il Museo Talassografico che contiene una raccolta malacologica, un erbario e rare specie ittiche.
Il mare di Porto Cesareo e’ famoso in tutto il mondo – altro che Caraibi…
Santa Caterina
Santa Caterina è posta sulla costa ionica, a circa 7 chilometri dal capoluogo comunale, ed è costituita da una parte collinare dove si trovano le Cenate e una parte a ridosso del mare, il lungomare.
Il territorio è costituito da colline e la costa è piuttosto bassa e scogliosa, tranne alcuni tratti di natura sabbiosa.
La conformazione del territorio è dovuta al progressivo innalzamento ed abbassamento del livello del mare, evento testimoniato dalla presenza di numerosi fossili di specie marittime sulla terraferma. Il paesaggio, quindi, si mostra formato da una serie di gradoni che discendono verso il mare. Sono anche presenti numerose grotte nelle pareti rocciose.
Santa Caterina nasce come avamposto difensivo contro gli attacchi dei Saraceni.
Vi si trovano, infatti, due torri d’avvistamento del XVI secolo a pianta quadrata (Torre Santa Caterina e Torre dell’Alto) poste in posizione sopraelevata rispetto al mare, fatte costruire dagli spagnoli per contrastare le incursioni ottomane. Sono posizionate in modo tale che fosse possibile comunicare tramite segnali con le altre torri.
È una meta balneare in cui sono presenti vari circoli nautici.
Gallipoli
Gallipoli (Caddhrìpuli in dialetto gallipolino) è un comune italiano di 21.028 abitanti. Posto lungo la costa occidentale della penisola salentina, è il quinto centro della provincia per numero di abitanti. Si affaccia sul mar Ionio ed è divisa in due parti, il borgo e il centro storico. Il primo è la parte più recente della città, costruita su una penisola che si protende nello Ionio verso ovest, la quale comprende tutte le nuove costruzioni, come ad esempio il palazzo di vetro (chiamato anche Grattacielo). Il centro storico, invece, si trova su un’isola di origine calcarea, collegata alla terra ferma attraverso un ponte seicentesco ad archi.
Di notevole importanza storico-naturalistica è l’Isola di Sant’Andrea, circa un miglio al largo del centro storico.
Lo stemma di Gallipoli si compone dell’immagine di un gallo con la corona e di una scritta che recita “fideliter excubat” (sorveglia fedelmente). La leggenda narra che il gallo avrebbe impresso con la propria immagine lo scudo di Idomeneo di Creta, l’eroe che si crede fondatore delle città di Lecce e di Gallipoli.
Altre fonti attribuiscono le origini della città ad altri eventi. Plinio il vecchio, ad esempio, induce a dedurre che i Galli Senoni si siano insediati nel territorio; più credibile pare quella attribuita ai Messapi: è certo che Gallipoli fece parte della Magna Grecia controllando un vasto territorio comprendente l’attuale Porto Cesareo. Nel 265 a.C. a fianco di Taranto e di Pirro, si scontrò con Roma subendo una sconfitta che la relegò a colonia romana fino a diventare “municipium”.
Agli inizi del Medioevo fu quasi certamente saccheggiata dai Vandali e dai Goti. Ricostruita dai Bizantini, Gallipoli conobbe un periodo di floridezza sociale e commerciale, sfruttando la sua posizione geografica. Durante il Medioevo appartenne alla Chiesa di Roma e fu teatro di durissimi scontri con il monachesimo greco, il cui ricordo si conserva ancora nell’Abbazia di San Mauro, i cui ruderi sono visibili sulla serra che da est guarda alla città.
Nell’XI secolo, Gallipoli fu occupata dai Normanni e successivamente, nel 1268, subì l’assedio di Carlo I d’Angiò determinandone di fatto il passaggio della città sotto il controllo degli Angioini e provocando la fuga degli abitanti nella vicina Alezio. La ripopolazione della città avvenne già nel 1300 sotto il governo del Principato di Taranto. Nel 1484, i Veneziani ne tentarono, senza riuscirci, l’occupazione. Nel XVI secolo subì dapprima l’assedio degli Spagnoli e poi dei Borbone; con quest’ultimi entrò a far parte del Regno di Napoli. Ferdinando I di Borbone avviò la costruzione del porto che divenne nel Settecento la più importante piattaforma olearia del Mediterraneo per il commercio dell’olio per lampade (olio lampante).
Castello Aragonese
Il Castello angioino, circondato quasi completamente dal mare, sorse nel XIII secolo in epoca bizantina. Subì radicali modifiche e rifacimenti in periodo angioino e aragonese quando fu costruito un recinto a pianta poligonale fortificato da torri cilindriche. Gli interventi più significativi furono eseguiti dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini il quale lavorò per conto di Alfonso II di Napoli.
Nel 1522 venne costruita la cortina di levante denominata Rivellino, staccata dal perimetro della fortezza ed isolata nelle acque. Nella parte superiore della torre si trovavano ancora le originarie catapulte e i cannoni usati per difendere la città. L’accesso al Rivellino, è consentito mediante un ponte levatoio in legno ancora esistente.
Il castello possiede grandi sale con volte a botte e a crociera, vari cunicoli e camminamenti.
Mura
Le mura di Gallipoli furono edificate a partire dal XIV secolo e ammodernate nel ’500 in epoca spagnola. La città, da sempre sotto le minacce degli invasori, fu cinta da muraglie, torri e bastioni. Esistevano 12 torrioni o bastioni: Torre di San Francesco di Paola, il Fortino di San Giorgio, il Fortino di San Benedetto, il Torrione di San Guglielmo, il Forte di San Francesco d’Assisi, la Torre del Ceraro, il Baluardo di San Domenico o del Rosario, il Bastione di Santa Venerandia o di Santa Venere, la Muraglia di Scirocco, la Torre di San Luca, la Torre di Sant’Agata o delle Saponere e la Torre di San Giuseppe o della Bombarda. Alcune di queste opere furono distrutte e loro posto costruiti piazze o palazzi.
Cuccagna a mare
Si tratta di un’antichissima tradizione popolare gallipolina che consiste nel sistemare sulla banchina del porto un palo di legno in posizione orizzontale parallelo al mare con un leggero angolo verso l’alto. Il palo è interamente ricoperto di grasso e sull’estremità è fissata un’asticella con una bandiera tricolore. Lo scopo del gioco è riuscire ad afferrare la bandiera superando le difficoltà dovute all’inclinazione e al grasso che rende il palo scivoloso. Il mare attenua le cadute dei partecipanti spesso rovinose. Le origini del gioco sono immemorabili e con ogni probabilità l’albero della cuccagna simula, in realtà, l’albero di bompresso, una delle parti costitutive dei velieri, dimostrando la storica vocazione marinara della città. La manifestazione si svolge il 24 luglio in onore dei festeggiamenti di Santa Cristina.





